Memorie di una Geisha
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1) Presentati brevemente, indicando anche il tuo blog, se ne usi uno per pubblicare.

                Piacere, Andrea. O Arashisei che dir si voglia. Ho trent’anni e vivo a Genova , mi occupo di scienze ambientali, ju jitsu ogni volta che posso, shiatsu tempo permettendo…a volte scrivo haiku.

Parte di quel che scrivo lo si può trovare all’indirizzo http://arashisei.wordpress.com , o qui sul blog http://eueufemia.wordpress.com .

 

2) Quando hai iniziato a scrivere cosa ti ha spinto e perché?

                Mi sono imbattuto nella poesia in metrica giapponese quasi per caso, ma ammetto che mi ha catturato nel giro di pochi minuti. “Perché”…difficile qui esser concisi. Sarà per il carattere contemplativo eppure dallo sguardo sempre volto all’interiore, per il tipico muoversi a metà strada tra la poesia e l’aforisma, o per la rara bellezza che riesce a toccare senza per questo allontanarsi da canoni di semplicità e compostezza. Tutti aspetti che mi erano familiari da altre discipline di cui mi interesso, e che ritrovavo anche qui dunque come vecchi amici.

Esplorando la materia mi sono imbattuto in Memorie di una Geisha. E’ stata la scoperta di questo sereno e vivace ambiente di confronto, espressione e crescita a darmi lo stimolo e il desiderio di scrivere; e naturalmente il giusto Senpai.

 

 3) Che genere di poesia scrivi? Se più di uno, in quale pensi di riuscire ad esprimerti meglio?

                Come dicevo più che altro poesia in metrica giapponese, tanka, renga e le loro derivazioni, con qualche sperimentazione, ma soprattutto haiku. Paradossalmente è proprio la poesia haiku, il genere più conciso tra quelli ricordati dal momento che si sviluppa tutto all’interno dello schema metrico 5-7-5, quello che riesce a offrirmi la più vasta dimensione espressiva, che come sappiamo non si esaurisce nel numero di sillabe.

Potremmo ora facilmente scivolare in una disquisizione sul valore semantico delle pause e dei silenzi, sulla natura del kigo, sul carattere conferito al ku dalle cesure, dall’uso del kana… Nulla riuscirebbe più semplice e piacevole. Ma poi toccherebbe svegliare decine di casual reader assopitisi di botto sulla tastiera, le cui fronti non mi sento di avere sulla coscienza. Con un poco di attenzione è facile trovare valide fonti per l’approfondimento, o ancora meglio apprendere da un altro haijin. Per chi proprio smaniasse per un mio pensiero introduttivo all’argomento -e non vedo perché dovrebbe, solo in Italia ci sono decine di voci più autorevoli sul tema- posso rimandare a una pagina del mio blog che titola “Perché haiku”, o può contattarmi direttamente all’indirizzo indicato nel blog.

 

 4) Il tuo lavoro è influenzato/ispirato da qualche poeta del passato? Se sì, chi è e in che modo ti influenza/ispira?

                Troppi per citarli tutti. I grandi maestri haijin ovviamente, Matsuo Bashō, Masaoka Shiki, ma soprattutto Kobayashi Issa e Yosa Buson.

Buson era pittore, oltre che haijin, e la pittura è l’aspetto che più di ogni altro si ripercuote nel suo stile. Lavora per immagini, con uno straordinario gusto estetico, in quella che lui stesso definisce “la via per sfuggire alla banalità”. Per non esser fraintesa questa definizione deve esser letta alla luce di uno dei cardini della poetica haiku: non è ciò che è semplice ad esser banale. La disattenzione, la noncuranza, rende il vivere banale, la sovrastruttura inutile, l’artificio, è parimenti banale, non la semplicità. Buson cerca di sfuggire alla banalità del mondo aprendo lo sguardo sull’ordinario, sulla vita di ogni giorno, e riportandone l’unicità e la bellezza. Come può non essere di ispirazione?

Pur nei limiti della traduzione difficile non apprezzare un suo haiku che recita circa:

 

sera di primavera –

una fiamma passa

di lume in lume

 

L’approccio di Issa è diverso, lontano da ogni estetismo porta il quotidiano nella forma, usa parole di tutti i giorni, a volte è umoristico, dialettale perfino. Lui canta con grande limpidezza la bellezza e l’imperfezione delle piccole cose, là dove il suo sguardo le incontra. Canta la dolcezza e la tristezza della vita quotidiana. E’ vicino e partecipe a tutto ciò che “è piccolo e di poca importanza per i più”. Hosomi (delicatezza)e karumi (innocenza)dominano tutta la sua produzione, e rendono per me ogni sua opera fonte di grande ispirazione.

Un suo haiku forse non tra i più noti ma che bene esprime questa commistione di stati dell’animo:

 

 

pioggerella primaverile –
lecca un topolino

il fiume Sumida

 

 

Rimanendo più vicini a casa, su tutti, Ungaretti. Il suo lavoro è visionario e senza tempo. Soldati:

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.

C’è bisogno di dire altro?

La lista sarebbe più lunga, ma questi sono gli autori che più mi influenzano quando mi trovo a scrivere un haiku.

 

5) Definisci il tuo stile poetico con un aggettivo e spiegane il motivo.

                Più che un poeta come dicevo mi sento un haijin, uno scrittore di haiku. Poeta è una definizione assai più ampia, che implica una formazione, un’educazione alla poesia, che richiede anni, e che non sento di possedere. Gli aggettivi rappresentativi sono quelli del genere dunque. Dovessi proprio scegliere una definizione parlerei di poesia di concentrazione.

Vi sono momenti, a cui possiamo dare il nome di ispirazione, suggestione, visione lucida, a nostro piacere, in cui si è colti dalla sensazione di riuscire finalmente a vedere con chiarezza. Spesso questo stato dura un istante, poi inizia a farsi nebuloso. Un istante ancora ed è già perduto. E gli scenari che si affacciano alla mente così vasti che coglierli sembra impossibile. Un haijin, per come lo intendo, è una persona che riesce a cogliere i vapori di questa esperienza e a condensarli fino a restituirne la vera essenza in un’unica goccia cristallina, che chiamiamo haiku. In questa forma non solo quell’esperienza è colta, ma anche pronta per essere condivisa. Alla concentrazione segue un’espansione: nel leggere l’haiku un’altra persona sperimenterà le medesime suggestioni, che ne suggeriranno altre, spesso dalle sfumature polivalenti, ed altre ancora che l’haijin nemmeno si aspettava di ispirare, perché con la decodificazione inevitabilmente arriva la riflessione, altro carattere non secondario della poetica haiku. Vediamo dunque che l’haiku non si esaurisce nel concetto espresso dalle parole, quello è il punto di partenza.

 

6) Tutti i poeti hanno delle parole, delle frasi che non riescono a fare a meno di usare. Quali sono le tue parole o frasi più ricorrenti?

                Finalmente posso dare una risposta semplice. Nessuna. Ci sono inevitabilmente delle ridondanze quando si opera all’interno di tematiche ricorrenti e ci si muove sempre nello spazio di cinque o sette sillabe, ma non direi di avere frasi topiche o marchi di fabbrica.

 

7) Si dice che per vedere il mondo per quello che è veramente si dovrebbero guardare commedianti, artisti e poeti. Che cosa pensi emerga spontaneamente dalle tue opere?

                Quello che spero è di riuscire ad adempiere al compito dell’haijin, che la lettura riesca a trasmettere l’essenza della suggestione da cui è nato l’haiku. Se poi questa induce una riflessione, un momento introspettivo, allora posso dirmi soddisfatto. Questo non è sempre facile, molti fattori intervengono. Tuttavia anche il primo traguardo non è poca cosa. Magari una persona estranea alla materia non comprenderà lo stile, la scuola, o la costruzione, ma se percepisce qualcosa, a livello emotivo, il mio compito è assolto.

 

8) Spesso i poeti sono attivi anche in altri campi creativi. Oltre alla poesia ti esprimi anche in altri campi artistici non-letterari? Quali?

                Come accennato all’inizio dell’intervista mi interesso anche di ju jitsu e shiatsu, questi non sono campi artistici in senso stretto, ma entrambe le discipline sono in profonda sintonia col concetto di arte – non per niente parliamo, ad esempio, di arti marziali e non di tecniche di lotta. Questo legame deriva da un tratto caratteristico della cultura zen che prendendomi qualche libertà mi sento di riassumere così: perché mai fare qualcosa, se non per farla al meglio delle proprie possibilità?

Di recente mi sono avvicinato all’ikebana, l’arte nipponica di disporre i fiori recisi, ma ho appena cominciato ad intaccarne la superficie.

 

9) Quale tipo di letture preferisci?

                Potrei citarti la classica pletora di titoli impegnati, ma la letteratura che trovo più piacevole è quella fantasy. E’ un genere sottostimato che in Italia ha una brutta nomea, una reputazione ambigua, quasi sconveniente, dovuta per lo più a un’invasione di pessima narrativa che negli anni 80 e seguenti ha preso d’assalto gli scaffali delle nostre librerie. Un generalizzato pressapochismo ha fatto il resto. Oggi c’è già più attenzione nella scelta dei titoli che vengono proposti, ma come scriveva il Vate la fama è un mostro orrendo e possente.

 

10) In tempi recenti è sempre più frequente la pubblicazione di poesie su blog o social network. Molto spesso si possono trovare lavori interessanti e ben scritti. C’è qualche poeta che torni a leggere di frequente e che vorresti raccomandare? (se possibile aggiungi anche il link al blog)

                Più d’uno. Non è il caso di elencarli, ma si può trovare la lista dei link nella colonna di destra del mio blog sotto “collegamenti”. Non inserisco mai link a blog e siti di cui non mi sento di consigliare la lettura o che esulino dal tema. Se tuttavia è vero che la lista è in costante divenire è ancor più vero che manca sempre il tempo per aggiornarla con la frequenza che vorrei. Vale la pena tornare a darci un’occhiata di tanto in tanto.

 

11) Hai mai pubblicato una raccolta personale delle tue poesie? Se sì fanne una breve descrizione indicando anche i dettagli della pubblicazione (editore, distributore).

                No, non ho mai sentito la necessità di pubblicare una raccolta personale; e a dirla tutta me ne rallegro perché ottenere una pubblicazione seria sotto la voce “poesia” oggi in Italia non è cosa scontata né semplice. Come scrive Fabrizio Corselli “esistono pochi lettori di Poesia, e troppi che ne scrivono”. Non posso che esser d’accordo.

 

12) Spesso i poeti sono persone eccentriche. C’è qualcosa di te che rientri in questa definizione?

                Inteso in senso letterale posso darti ragione, potrei definirmi decentrato, o fuori dal mio centro, salvo quei rari momenti in cui arriva la suggestione che diverrà haiku, o in cui lavoro sul tatami con vera naturalezza, cosa ancor più ardua.

A parte questo sono una persona molto ordinaria, inteso spero alla maniera di Buson.

 

13) Per chiudere l’intervista cita tre dei tuoi versi che credi siano i migliori (indicando tra parentesi il titolo della poesia e, se pubblicata, dove leggerla.)

                Buoni, riferito a dei versi, è già un parolone, i migliori non ne parliamo. Tre versi –o ku, meglio, visto il genere– che sento particolarmente miei sono tra quelli riportati nell’antologia Hanami, “INVERNO – HAIKU”, Edizioni della sera. Con questi ti lascio, e con un abbraccio.

panchina asciutta

vi posa un sole stanco –

inverno intorno

 


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