Memorie di una Geisha
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Karumi, Hosomi, sabishisa e shiori di Eufemia Griffo

Torno ad approfondire un argomento che ho già in parte trattato nel numero di Aprile 2012 del Segnalibro, ovvero gli stati fondamentali dell’animo umano secondo la poetica giapponese (sabi ossia la quiete, il wabi cioè l’inatteso, l’aware, il rimpianto ed infine lo yugen cioè il mistero). Colui che compone haiku deve tenere presente queste nozioni che sono alla base della spiritualità del poeta giapponese che compone haiku, ossia l’haijin. E’ utile però ricordare che ne esistono altri che sono fondamentali  e che devono essere presenti nell’haiku:

 

Karumi: la leggerezza, l’innocenza di cui Bashō fu il massimo teorico. Nell’estetica del grande maestro è centrale l’idea di karumi, ossia quella modalità espressiva  che coglie i momenti poetici nella quotidianità, attraverso parole ed immagini sobrie ed essenziali. Leggerezza che quindi non significa superficialità, ma capacità di cogliere la bellezza e l’eterno nelle cose più semplici e più ovvie.

Hosomi: la delicatezza che si traduce in immagini di fiori, di un prato, di un suono che può essere il cinguettio di un uccello  e che si è fissato nella memoria del compositore e che infondono al allo spirito un senso di ristoro e gioia genuina. E’ il sentimento della delicatezza, dell’evasione sottile, affettuosa, sentimentale.

Sabishisa: è lo stato d’animo della tristezza, della malinconia e della depressione. Significa vuoto, essere persi in un oceano di nulla senza confini. Come scrisse  Kakuzo Okakura autore dI “The book of tea”  (1906), in Autunno I Giapponesi  avvertono il sospiro della natura che si contrappone all’arroganza della specie umana.

Shiori: ossia il sentimento delle cose ombrose, della morte, del freddo, dell’immobilità.

Il poeta Basho diceva: “Chi in tutta la propria vita chi riesce a scrivere cinque buoni Haiku  può considerarsi uno scrittore di Haiku. Se riesce a scriverne dieci è un maestro di  Haiku”.

Articolo apparso sul Mensile "I segnalibri "
di Occhi di Argo

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