Memorie di una Geisha
- IL SITO -
Intervista a Massimo Baldi
Intervista a Rosemary Di Falco
Intervista ad Andrea Festa (Arashisei)
Intervista a Lucia Griffo
Intervista ad Elisa Guidolin
Intervista a Jalesh
Intervista ad Orofiorentino (Giovanna Scaglione)
Intervista ad Annamaria Pepe (Mondidascoprire)
Intervista a Moreno Tonioni
Intervista a Marco Pilotto

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1)    Presentati brevemente, indicando anche il tuo blog, se ne usi uno per pubblicare.
Marco Pilotto, classe 1979, infermiere. Prima di approdare nel campo sanitario ho lavorato come vigile del fuoco, poi in una ditta di laterizi (produzione di coppi e tegole per case) e infine come magazziniere. Capendo ciò che non volevo fare mi sono avvicinato al mondo sanitario, dapprima come OSS (operatore socio sanitario) poi frequentando la scuola per infermieri. Sono stato bocciato due volte durante il percorso di studi (un anno alle superiori e un anno all’università) un po’ per  condotta, molto perché non  mi piaceva studiare. Ho frequentato gli SCOUT e lì è nato l’amore per la natura.
 

2) Quando hai iniziato a scrivere cosa ti ha spinto e perché?
A scuola, più che ascoltare le lezioni, disegnavo e mi dilettavo a scrivere “poesie”. Qualcosa di più serio è nato nel 2012 a seguito di un evento negativo. Un mio amico d’infanzia nel 2009 si è ammalato di SLA (sindrome laterale amiotrofica). Noi amici abbiamo così deciso di scrivere un libro: il mio amico Fabietto, un libretto che  racconta e racchiude le nostre avventure,  un percorso di amicizia che vede Fabio sia in momenti di piena salute sia in momenti contrassegnati dalla malattia. (I vari proventi derivanti dal libro vengono devoluti alla ricerca sulla SLA). Fu proprio scrivere parte di questi racconti che mi ha in qualche modo schiuso al mondo della scrittura, cercando nel web qualche concorso. Nel novembre 2012 feci il mio primo concorso, “Brividi” dedicato a racconti horror, indetto dal forum Abaluth. Da allora considero il forum Abaluth una sorta di casa o quanto meno un nido in cui sono nato. Proprio in questo forum di scrittura ho conosciuto nel febbraio 2013 lo Haiku.

3)    Che genere di poesia scrivi? Se più di uno, in quale pensi di riuscire ad esprimerti meglio?

Haiku per ora poi si vedrà …

4)    Il tuo lavoro è influenzato/ispirato da qualche poeta del passato? Se sì, chi è e in che modo ti influenza/ispira?
Da profano che sono, non saprei rispondere correttamente a questa domanda. Ci provo: ricordo che a scuola c’era sempre qualcosa che riusciva immancabilmente a distogliermi dai miei disegni  e a catturare la mia attenzione… cito qualche esempio: Foscolo (forse della fatal quiete tu sei l’imago a me siì cara vieni o sera) Pascoli (un pianto di morte Chiù), Leopardi (lo spirto guerrier ch’entro mi rugge) e Ungaretti (m’illumino d’immenso, si sta come d’autunno  sugli alberi le foglie). Successivamente fui ammaliato da Baudelaire e più di tutti mi riscontro in Bukowski. Tutt’oggi il mio lavoro è influenzato da autori e cantautori: Mogol-Battisti, De Andrè, Cocciante, Nomadi, Litfiba ecc. Cerco sempre di cogliere ciò che mi piace e trovo bello, questa è la mia filosofia, ma nei momenti più difficili  ricorro, oltre alle frasi citate sopra, al “Cantico dei Cantici” di S. Francesco D’Assisi. Per quanto riguarda i poeti orientali, di sicuro essi hanno tracciato un percorso e lasciato le loro orme.

5) Definisci il tuo stile poetico con un aggettivo e spiegane il motivo.
Credo che lo stile sia qualcosa che va oltre una definizione, è qualcosa che si forgia col tempo. È una sorta di spada temprata dal vissuto dello haijin e finita la spada ti devi concentrare su come usarla.
Capirete che nel mio caso, ciò che sono riuscito a forgiare in 8 mesi ha più o meno le dimensioni di un temperino…Per descrivere il mio stile dovrei parlarvi delle mie esperienze, nelle quali hanno aiutato più gli eventi che io reputo negativi (esclusioni a premi o concorsi, mancanze selezioni ecc.) che quelli positivi. Non vi racconterò dei vari passaggi  che sono stati necessari a temprare il mio stile ma vi spiegherò a che punto sono arrivato, cioè in che modo costruisco i miei Haiku o almeno ci provo. Secondo me esistono (concedetemi il termine) varie tipologie di Haiku ma mi concentrai su quelli che per me avevano qualcosa in più, che ritenevo più importanti e profondi.
Per me uno haiku è in primis, una forma d’amore. Detto questo uno Haijin non è semplicemente colui che scrive lo Haiku ma è qualcosa che va ben oltre: dietro allo Haiku c’è una persona, ciò che vede o prova questa persona viene in qualche modo catapultato nello Haiku ma soprattutto viene tradotto dalla natura che ci circonda. Un altro passaggio in cui credo è che lo Haiku è una piccola traduzione dell’opera di Dio, del suo creato, in certo modo è come se Dio ci permettesse di avvicinarsi a lui, ci consegnasse le chiavi del suo giardino, ci permettesse di visitarlo e tramite lo Haiku di narrarlo e condividerlo a chi non ne ha le capacità.
Il problema che mi si poneva davanti era: come facevo a tradurre qualcosa che viene definito Amore senza parlare dell’Amore o dei sentimenti?! Davanti a me avevo tre semplici versi e tra l’altro a guastare la cosa dovevo rispettare una metrica ristretta. Analizzai la cosa e convenni che se la massima espressione dell’amore di Dio era l’uomo, dovevo in qualche modo trasportare l’uomo nello Haiku.
Così nella mia mente partorii ciò che nominai “la teoria dell’uomo piccolo”: l’umiltà doveva regnare nei miei haiku, se Dio si fece uomo dovevo fare in modo che le cose grandi divenissero piccole mentre per ciò che riguardava la struttura copiai quello che anatomicamente era un uomo. Identificai il primo ku con la testa, nella quale risiede l’incipt al pensiero che nasce dai sensi. Basta pensare che occhi, naso, bocca e orecchi e parte della cute sensibile sono tutti situati sulla testa. Nel primo ku rivelo il mio Haiku lo rivelo nel modo in cui esso si presenta ai miei sensi. Il secondo ku, il ku più lungo, lo identificai con il corpo in cui risiedono gli organi cioè le funzionalità della persona, con l’organo più importante, il cuore, protetto dalla gabbia toracica. Così doveva essere il secondo ku, lì dovevano nascere le emozioni e i sentimenti ma nello stesso tempo dovevano essere ben celati e protetti, dovevo far sentire il battito del cuore senza necessariamente farlo vedere. Il secondo ku ha un’importanza notevole: un corpo può sopravvivere privo di cervello e privo di capacità motorie ma se i suoi organi sono morti o danneggiati, morirà anche il corpo. Nel terzo ku identificai gli arti, braccia e gambe mosse dal cervello e spinte dal cuore (1° e 2° ku) che ci permettono di correre, saltare, afferrare qualcosa, lasciarla, picchiarla ecc ecc. in altre parole è dove si consuma l’azione. Il terzo ku è anche quello che chiude gli altri due. Ora non possiamo pensare di muovere un braccio senza che esso sia comandato dal cervello, non possiamo pensare di fare una corsa senza avere un cuore forte che pompa, i tre ku risultano tra loro collegati sebbene abbiano una propria identità, il tutto nell’armonia e nell’equilibrio di un corpo. Ma mancava ancora una cosa che doveva rendere il tutto speciale; se Dio si era fatto uomo, se un’entità come Dio si fece così piccolo, io in qualche modo dovevo tradurre il significato di questa opera…dovevo in qual senso, vedere le cose come in un negativo di una foto. Ci arrivai per piccoli passi. Il piccolo che si fa grande e viceversa, fu uno di quei passi ma anche questa affermazione calzava stretta, doveva esserci quel pizzico in più a rendere il quadro più armonioso ma soprattutto più equilibrato. Giunsi alla conclusione che il piccolo non diventava grande per conquista (una sorta di Davide contro Golia) ma che il grande aiutava il piccolo a farsi come lui. Spiegando con un esempio è come se io dicessi: ho scalato la montagna in quanto la montagna ha permesso che io la scalassi… Tutto viene spiegato sotto forma di metafora, ma non avevo altri strumenti per capire e comprendere questa forma che ritengo essere nata dall’Amore.
Come dicevo all’inizio, lo stile è qualcosa che si forgia col tempo, che si crea dal vissuto di uno Haijin e che è in continua evoluzione. Fu proprio nel leggere questa intervista e nell’imbattermi in questa domanda che mi chiesi: “Ma io che stile ho? E come posso rispondere decentemente a questa domanda che sono appena 8 mesi che scribacchio Haiku? Finora ho risposto tenendomi sul vago, ma adesso?” Decisi allora di ripagare Eufemia che in qualche modo mi aveva aperto il portone del suo giardino lasciando che io ne cogliessi i fiori, spiegando non il mio stile ma i segreti del mio stile che in altre parole sono ciò che ho imparato dal mio vissuto. Nel mio piccolo sono giunto a queste conclusioni.
Ho letto gli Haiku di Massimo Baldi, di Arashisei, di Tetractys e di Eufemia che io considero essere i quattro grandi di questo blog (chiedo scusa agli altri: se non vi nomino credo sia più perché devo ancora soffermarmi a leggere i vostri Haiku); leggendo i loro, anche se pochi, aggiunsi un ulteriore tassello alla mia ricerca un passo in avanti del mio cammino stilistico. Capii forse la funzionalità di uno Haiku. Lo Haiku è un uomo e allo Haiku possiamo dare in mano un’arma l’unione tra le due cose può  sovvertire le sorti di un altro uomo. Lo haiku è la spada, uno strumento; un proverbio pescato nella mia memoria riporta più o meno così: quando impugni una spada ricorda non tanto a chi stai togliendo la vita ma a chi permetti di vivere. Lo Haiku può creare lo stesso sconvolgimento in chi lo legge e in chi lo crea. Diventa uno scambio, un offrire al lettore una chiave di visione diversa in quanto essa proviene da qualcosa di infinitesimamente più grande di noi e che noi abbiamo avuto la fortuna d’essere testimoni.
Ora, tornando a “definisci il tuo stile poetico con un aggettivo e spiegane il motivo”, credo sia impossibile, almeno per me. Ho descritto l’ultima fase di ciò che mi ha portato a scrivere in un certo modo; io non ho le conoscenze di chi studia da anni questa forma poetica e la sua cultura e mai le avrò, per questo credo di non peccare di presunzione o di superbia nel riportarle, magari a qualcuno possono essere utili, anche se altri le reputeranno banali e blasfeme. È il mio modo di pensare cos’è uno Haiku, nato nel mio piccolo senza che qualcuno me lo spiegasse, ma passo dopo passo ognuno di voi mi ha aiutato, chi con una regola, chi con un piccolo segreto chi con un commento,,,

6)    Tutti i poeti hanno delle parole, delle frasi che non riescono a fare a meno di usare. Quali sono le tue parole o frasi più ricorrenti?
Errare. Ma ciò che mi piace particolarmente sono gli animali (piccola e media taglia, soprattutto insetti e uccelli ). Rappresentano in qualche modo lo stato puro e incontaminato delle cose, rappresentano per me la libertà. Basti pensare che la terra è calpestata dall’uomo, l’uomo moderno che modifica la natura; gli insetti e gli uccelli sono gli unici che riescono a staccarsi dalla terra e a librarsi in volo.

7)    Si dice che per vedere il mondo per quello che è veramente si dovrebbero guardare commedianti, artisti e poeti. Che cosa pensi emerga spontaneamente dalle tue opere?
Non ho studi particolari. Non ho un linguaggio forbito/ricco di vocaboli. Non so scrivere, tanto meno parlare in italiano. Ma in quei tre versi … m’illumino d’immenso.

8) Spesso i poeti sono attivi anche in altri campi creativi. Oltre alla poesia ti esprimi anche in altri campi artistici non-letterari? Quali?
Ai miei Haiku aggiungo un disegno che ho chiamato maschera. Una maschera è ciò che ci nasconde e nel contempo è ciò che appare. Lo Haiku vivrà del disegno, il disegno è nato dallo Haiku – niente di più, che un equilibrio  tra queste due cose, ciò che fa vedere uno è celato nell’altro e viceversa.

9)    Quale tipo di letture preferisci?
Ahimè non leggo, se la domanda è riferita a libri o autori particolari… in realtà leggo e m’incuriosiscono le etichette sui prodotti… leggo molti Haiku, quelli dei grandi maestri soprattutto e anche quelli che vengono spacciati per Haiku e che non lo sono, trovo comunque in loro una certa qual forma di bellezza, o meglio di anima Haiku, di vita.

10) In tempi recenti è sempre più frequente la pubblicazione di poesie su blog o social network. Molto spesso si possono trovare lavori interessanti e ben scritti. C’è qualche poeta che torni a leggere di frequente e che vorresti raccomandare? (se possibile aggiungi anche il link al blog).
Frequento poco i social network e per ora sono sprovvisto di una connessione internet. Per i miei lavori e per la lettura multimediale utilizzo i pc della biblioteca (a esclusione di FB tramite cellulare). Ammiro Massimo Baldi e chi come lui incarna lo spirito Haijin, o meglio del samurai. È così bello il mondo dello Haiku che renderebbe migliore lo stesso Mondo. Con una metafora, se vuoi un giardino bello in cui nascono i fiori, il proprietario dall’alto della sua nobiltà deve in qualche modo sporcarsi e farsi carico di togliere le erbacce. Detesto invece certi haijin che selezionano i propri Haiku, scrivendo così solo per concorsi o per qualche encomio o patacca (ma questa è una mia invidia personale). Da poco frequento il blog Memorie di una Geisha, un luogo surreale e magico; la qualità delle opere pubblicate è eccelsa soprattutto di alcuni Haijin, immenso il bagaglio culturale, la terminologia specifica ecc ecc… in poche parole gran parte di ciò che cerco e che mi manca lo trovo in questo luogo.

11)    Hai mai pubblicato una raccolta personale delle tue poesie? Se sì fanne una breve descrizione indicando anche i dettagli della pubblicazione (editore, distributore).
No, ma mi piace pensare che anche le illustrazioni racchiudano e abbiano qualcosa di poetico per cui cito l’ebook L’usignolo e la rosa di Oscar Wilde, pubblicato da Abaluth, con le mie illustrazioni (due o tre sono vera poesia).

12) Spesso i poeti sono persone eccentriche. C’è qualcosa di te che rientri in questa definizione?
Mi piace ubriacarmi, a  volte mi capita di fumare certa roba e mi piacciono le belle donne… insomma, niente di eccentrico.

13) Per chiudere l’intervista cita tre dei tuoi versi che credi siano i migliori (indicando tra parentesi il titolo della poesia e, se pubblicata, dove leggerla.)
Non sono migliori, sono i primi e racchiudono un po’ il mio modo di vedere le cose, che spero di non perdere mai:

 

nel bianco manto
si sono addormentati
tutti i colori
(il mio primo Haiku)

 

guizza la rana
una sfumatura blu
nell’acquitrino
(il mio secondo Haiku, il primo dopo aver letto per la prima volta Basho)

 

sono qui ma erro
qua – dove tutto specchia
dove tutto è qui
(dopo aver letto per la prima volta Issa)

I disegni a seguire, denominati “maschere”,  sono di Marco Pilotto

©

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